Premio per i perfetti?

Di recente mi sono trovato a discutere e a confrontarmi sul tema dei “divorziati risposati”, Non voglio entrare qui in un tema su cui non ho nessuna competenza e che, capisco, risulta essere per molte persone un punto delicato. Ma mi voglio soffermare sulla questione della “comunione come premio per i perfetti”.
Molte persone sostengono che il Papa, affermando che la comunione non è un premio per i perfetti, voglia aprire alla possibilità di accedere ai sacramenti per tutte quelle persone che si trovano in condizioni “irregolari” e che fino a qualche tempo fa si vedevano escluse dai sacramenti.

Innanzitutto mi sembra giusto affermare che la partecipazione ai sacramenti non è il solo ed unico segno dell’appartenenza alla Chiesa Cattolica. Inoltre, nessun cattolico può dirsi perfetto al punto da meritare di ricevere il sacramento dell’eucarestia.

Ho personalmente conosciuto tante persone che, per motivi diversi, partecipavano alla s. Messa pur senza accostarsi all’eucarestia. Per loro esa sufficiente la comunione spirituale o la benedizione. Anche il semplice ascolto della Parola di Dio era per costoro fruttuoso. Ma immagino le mille obiezioni a quanto ho detto: è evidente anche a me che la piena partecipazione comporta l’accostarsi al bsnchetto dell’eucarestia.

Perciò mi chiedo: mi ritengo perfetto? No! Anzi: ogni giorno mi rendo sempre più conto dei miei peccati e mi pento e mi dolgo degli stessi. Certo che la comunione è medicina: per chi conosce la malattia, la medicina è necessaria per la guarigione.

Ma concedere l’accesso alla medicina per chi non vuol guarire ha senso? Mi spiego.

Ammettiamo che io non ritenga di essere malato. In questo caso non prendo la medicina.

Ammettiamo che ritenga di essere malato e che prenda una medicina come uno zuccherino, per guarire dolcemente. La medicina non è un confetto dolce, è invece amaro ed ha mille effetti indesiderati e controindicazioni. Avete mai letto il bugiardino di qualsiasi farmaco? Solo il decotto di qualche mago o fattucchiera può promettere la guarigione senza nessuna collateralità. Ma, proprio per questo, non guarisce e fa perdere l’anima.

In ultimo: ritengo impossibile guarire: la medicine è solo un palliativo. Forse qui c’è un tema sommerso e delicato: crediamo nella conversione? Nella metanoia?
No, a parer mio non ci crediamo più e ci accontentiamo di avere subito un piccolo umano riconoscimento. E’ la comunità dei nostri conoscenti che ci accoglie ad una mensa che cessa di essere celeste.

Non è solo per i “divorziati risposati” il discorso. Oggi, è vero, sembra riferito a loro, ma domani? Quali altre situazioni potranno essere riconsiderate?

Dov’è la nostra fede?