Folklore?

Bologna, 4 maggio 2016, tra le 17,30 e le 18,30 c’è stata, in piazza Maggiore, la consueta processione della venerata immagine della Madonna di s. Luca con benedizione alla città.

Processione in piazza Maggiore

Fino a qualche anno fa, lo ricordo bene, la processione era partecipata da tutta la cittadinanza, seppure con animo diverso. C’erano le persone pie e devote che accompagnavano l’icona con canti e preghiere e anche chi, per spirito di contraddizione, si opponeva al corteo cercando in ogni modo di ostacolarlo, protestando per il traffico bloccato o per altri futili motivi.

Ieri, però, ho potuto apprezzare il cambiamento avvenuto. Non solo la partecipazione “passiva”, di quelli cioè che non partecipavano alla processione ma che si erano trovati sul crescentone di piazza Maggiore era davvero scarsa, era notevolmente ridotta, ma soprattutto il tutto si è svolto in un aria surreale.

Tranne quelli accodati alla processione, pochissimi pregavano, quasi nessuno conosceva i canti. Mi ha colpito una scolaresca che faceva la fila per entrare in un museo. I bambini guardavano stupiti i chierici in fila, domandandosi perché erano vestiti così malgrado carnevale fosse passato ormai da un pezzo. Una bimba, timidamente, ha iniziato a recitare l’Ave Maria, tra l’interdizione dei suoi compagni di classe che forse pensavano: <<come fa a conoscere questa strana cantilena?>>.
Neanche le persone anziane, lo zoccolo duro di qualsiasi religione, sembravano farsi coinvolgere, solo il lancio dei palloncini, il suono a festa delle campane con il loro “doppio bolognese”, l’applauso distante dal cuore, solo questo ha scosso gli animi.

Ma poi lo ha fatto davvero? Il rientro in cattedrale è avenuto nel più assurdo silenzio. Un silenzio che dimostrava la totale distanza tra il rito che si stava consumando e una città che non ne comprendeva né il significato né la profondità e, quindi, non se ne lasciava trascinare.

Le foto e i video con gli smartphone, i selfie con gli iphone … questo è rimasto di una processione ormai diventata una rievocazione storica, un pezzo da museo, una rappresentazione folkloristica. Tutta roba da fotografare e da filmare, per poi cancellare o dimenticare nelle elettroniche memorie di qualche periferica che diventa ogni giorno sempre più obsoleta, come la fede.

Una fede che diventa sempre meno avversaria del mondo, anzi che lo insegue diventando una laica forma di aggregazione. Che non scuote le coscienze, al limite cerca di dare un po’ di senso a qualche associazione di volontariato che si effigia di una croce.

Una croce che diventa sempre più piccola, che quasi scompare nelle pieghe della nostra vita. Diventa una sofferenza facile da soccorrere, immediata, risolvibile. Non ha più nulla di trascendente, è vuota. Nessun povero o malato o abbandonato o affamato ha più il volto di Cristo, né più riconosciamo Cristo nel povero o malato o abbandonato o affamato. Rimane l’uomo.

Una città di uomini, con problemi umani, da risolvere con mezzi e fini umani.

Guardo le persone semplici in ginocchio a recitare il rosario. Persone che ignorano le grandi discussioni teologiche, che non conoscono né il greco biblico né il latino. Persone che hanno fede. Una fede che non scivola in chiacchere, che non si umanizza. Una fede che ha un profondo senso della trascendenza.

Una fede in Cristo. Fatta di “pecore che conoscono la voce del pastore” e seguono solo la sua.