Breve digressione sul linguaggio

José Ortega Y Gasset, nel prologo del suo “La ribellione delle masse“, ci offre uno spunto di riflessione.
Noi definiamo il linguaggio come il mezzo che serve a manifestare i nostri pensieri, tuttavia questa è una definizione illusoria che, fermo restando l’impossibilità di realizzarla, oltre all’ironia comporta risultati funesti se non si adottano tacite riserve.
Il problema non risiede nella sola menzogna, ovvero nella possibilità di occultare i nostri pensieri nelle parole. La menzogna sarebbe impossibile se il parlare normale e primario non fosse sincero, proprio come la moneta falsa circola sostenuta dalla moneta buona.
L’aspetto più pericoloso della definizione è quel sovrappiù di ottimismo con cui di solito l’accogliamo, perché essa non si spinge al punto di garantire che mediante il linguaggio noi possiamo manifestare con approssimazione sufficiente i nostri pensieri; inoltre non ci fa vedere francamente la rigorosa verità:  essendo impossibile all’uomo intendersi coi suoi simili, essendo l’uomo condannato a solitudine radicale, egli compie sforzi estenuanti per giungere al prossimo.
Tra questi sforzi. il linguaggio è quello che talvolta riesce a manifestare con maggiore approssimazione alcune delle cose che abbiamo dentro di noi. Niente di più.
Nella nostra presunzione o ingenuità, non teniamo conto di queste riserve, risultando degli illusi.
Docili al pregiudizio inveterato secondo cui parlando ci si intende, noi diciamo ed ascoltiamo in buona fede, tanto che assai spesso finiamo col fraintenderci molto più che se, muti, cercassimo di indovinare.
Duo si idem dicunt non est idem. Ogni vocabolo è occasionale.

Partendo da tale considerazione, quando un libro è un buon libro ed un articolo un buon articolo?
Poiché il linguaggio è per essenza dialogo, nella misura in cui chi scrive ci consegna un dialogo latente, quando sentiamo che l’autore sa immaginare concretamente il proprio lettore allora si può percepire che la strada è quella giusta.

Si capirà allora la sofferenza di scrivere senza conoscere il lettore, senza conoscerlo concretamente.